Ti svegli al rumore del cantiere. Non fai come una ragazza che avevi: svegliarsi senza aprire gli occhi, sorridere a quello che non vedi, solo dopo aprire gli occhi. Guardi il soffitto appena illuminato dalla luce invernale.
Non è un brutto spettacolo.
Quando ti alzi e cammini, il freddo del pavimento non lo avverti. Il tuo caffè è una doccia. Il tuo caffè sono le piastrelle fredde del bagno. Il tuo caffè è l’urlo della vicina. Il tuo caffè è non sapere perché urla. Il tuo caffè è non usare lo specchio che svelerebbe come sei: rimani a pensare al tuo aspetto e questo ti tiene sveglio, soprattutto perché non sai come ti vedono gli altri, come ti vedranno quando uscirai da quel tuo appartamento.
Apri la finestra. E il rumore del cantiere entra ancora più forte. Freddo non è solo il pavimento. Ora l’aria è il tuo caffé più grande. I tuoi occhi sono aperti e pronti per uscire.
Pulisci le lenti degli occhiali con sapone e acqua calda. Il calore sembra doverti riportare nel letto da dove sei venuto. Non puoi vivere questa illusione troppo a lungo. Ti riporti sull’acqua fredda per levare via il sapone e raffreddare il rubinetto. Alzi la faccia e ti guardi allo specchio. «Non so proprio cosa dire. Tante parole che non ne scelgo nessuna. Si scelgono tutte da sole e si denigrano l’un l’altra. Comunque, non sei un brutto spettacolo.»
Con gli occhiali sei un’altra persona. Così si dice. Esci. Ci vediamo stasera. L’appartamento rimane in silenzio. Ma solo per qualche istante. Perché hai dimenticato una cosa.
Una figura scende nella notte della tua camera, e per non smuovere il tuo sonno usa una delle sue ali superleggere per sollevare il telefono da sotto il cuscino. Nessun oggetto a guastare la tua bella atonia dormiente. Nessun rumore. Non un afflato. Tutto liscissimo di un respiro morfico. È lui, a forma di uomo, che scende per te. Con il telefono nel suo piumaggio, come un angelo di dominazioni, fluttua sopra il letto e sembra guardarti. In un istante porta l’oggetto scomodo altrove nel Cosmo. In un istante torna.
Vedi persone che cambiano colore a seconda di dove ti trovi. Forse è la consorte della Forma che fa cambiare colore alle persone. Alcuni parlano, ma non senti quello che dicono. Non puoi. Metti l’orecchio in posizione di ascolto, ma niente. Un lievissimo fruscio ti avvolge. Ma non può essere la Forma. Lui non emette rumore. Niente di lui è udibile.
Sono le lenzuola accarezzate dai tuoi piedi che il camminare ha reso callosi. I fari delle auto fuori spumeggiano di colori. È la consorte della Forma. È lei che tenendoti fermo ti sposta e ti fa guardare gli oggetti e le persone sotto colori diversi.
Iride e Morfeo
Le gambe del letto sono le protuberanze delle tue orecchie. Sono antenne che comunque non variano in nessun modo il tuo sentire-niente. Le gambe del letto cominciano a fare passi. Ma le persone non si muovono, anche se le loro labbra sì. Ma adesso le gambe si staccano dal letto e si conficcano in quelle bocche sventate e farfuglianti.
Lo spazio è immenso, cosparso di galassie spiraliformi, ellittiche, ammassi nebulosi. Una galassia in particolare. IOK-1. Distante da te 3,678 megaparsec. Questo equivale a: 113528765679295042815871,104 km. Entrando nella galassia, ti avvicini al pianeta Meien che orbita intorno alla stella dimoites.
Meien. È buio. Rapidi sporadici fasci di luce attraversano l’atmosfera. Due fantasmi iridescenti galleggiano nell’aria. Sotto di loro una superficie vastissima coperta di altri fantasmi, tutti più o meno della stessa forma. I due fantasmi continuano a volare. Uno dei due, arancione: «È finita. La nostra terra non ci vuole più. I nostri dei non ci vogliono…» Il secondo, Enaiw, azzurro: «La sofferenza dura da molto.»
Ti guardi attorno un attimo. Socchiudi gli occhi. Ti torna subito alla mente. La scarpiera dell’ingresso è sempre la seconda possibilità per appoggiare il cellulare. È un mobile comodo e “unobtrusive”, come è scritto nei cataloghi che spesso ti capita di tradurre. Quegli articoli d’arredamento che occupano spazio in modo conveniente e “ragionevole”, per quanto ragionevole possa essere la filosofia di un mobile.
Te lo avevano dato i tuoi per la tua vita in città: piccolo e dalla fisionomia razionale per il tuo piccolo e timido ingresso, che avrebbe rischiato di diventare disagevole con una scarpiera più grossa.
Al cellulare non risponde mai. La scarpiera. Quando lo vedi, ti accorgi che è leggermente storto rispetto a come lo avevi lasciato. I millimetri di movimento per un messaggio ti restano impressi. Minime cose, come se non fossi vivo.
Fai in tempo solo a guardare il nome del mittente. Per il display il contenuto del messaggio è minima cosa.
Non puoi proprio ricordarti che il caricabatteria sta sotto il cuscino. Tutto, ma non questo, dopo che è finito lì mentre rifacevi il letto la mattina. Era la prima volta che lo rifacevi dopo due settimane. Una mosca doveva pur finire nella telecapsula.
Non ti fissi tanto su cosa possa aver scritto. Sai soltanto che vorresti tornare sotto la doccia. Per prendere tempo.
Senti sbattere una finestra. Viene dal bagno. Mentre la chiudi, vedi che tutto si è asciugato. Nessuna corrente. Solo un vento forte che si sta svegliando, ora che decidi di metterti a letto. Un vento forte, portatore di nuvole, che sembra non preludere a nessuna pioggia. Le nuvole sono quasi bianche, ma la tua vista negli ultimi giorni è peggiorata. Dopo l’idraulico, pensi che l’oculista sarà il tuo prossimo esperto.
Ti infili sotto le coperte, sebbene faccia ancora caldo. E mentre cerchi di addormentarti, il vento fuori continua. Il momento più piacevole è quando metti la mano sotto la freschezza del cuscino. In quel momento, ti stai addormentando. Nessun caricabatteria riuscerebbe a svegliarti.
Il cellulare non ha vibrato, e non vibra. Mentre chiudi la porta blindata dietro di te, senti sulla sua superficie e sulla maniglia una vibrazione. È l’ascensore che porta vibrazione. La porta blindata è una delle caratteristiche che il proprietario aveva ripetuto più volte nel convincerti ad affittare l’appartamento.
Non sai se il prezzo fosse buono. Il fatto che i tuoi avessero affittato lo rendeva sicuramente tale. Il fatto che i tuoi ti aiutino ora soltanto per una quota lo rende meno buono.
La vibrazione della porta blindata ti fa pensare che se nessuno ti chiama, è meglio. Ti fai una doccia, e cerchi di leggere qualcosa di quello che hai cominciato mesi, se non anni fa.
Il rubinetto della vasca non è del tutto giusto. Si muove in un modo da farti immaginare che sarà necessario chiamare un idraulico prossimamente.
«Mi fa anche male questa schiena di merda che mi ritrovo. Vorrei farla a pezzi. Quel bastardo, se non ti vede seduto alla scrivania a lavorare crede che non lavori. Spero che un giorno possa rimanere senza spina dorsale. Dopo tutto, non sembra averla, visto che si piega sempre per dare piacere al supertecnoburocrate.»
Ti rimetti dritto e guardi il filo d’acqua sfilare dal rubinetto. Lentissimi megavolumi d’acqua senza accorgerti se ne andranno inutilizzati. Così dicono. «Ma io sinceramente non so un cazzo di come funziona l’acqua in questa parte di mondo, o nel mondo in generale. So che senza, sei morto. E in verità, quello che so è che, per quanto mi riguarda, con questo lavoro, impostato nel modo che sto imparando a conoscere, io sono morto.»
Lo spazzolino per i denti non può essere usato per decalcarizzare la doccia. Dovresti comprare uno spazzolino per questo scopo. Cosa ne dici? Uno per l’igiene orale, l’altro per rendere efficiente questa doccia, che ti fa pensare di essere stupido, quando esce a ridicoli zampilli singhiozzanti. Magari fosse come la fontana che conosci a volte prima di andare in ufficio.
Tutte quelle piccole formazioni di calcare sono a volte come il blocco delle tue lacrime. Soprattutto sotto la doccia, per non far vedere a te stesso che stai piangendo.
Il cellulare sta vibrando sul mobile dell’ingresso. Ma anche se il calcare smorza il rumore dell’acqua, e anche se hai l’udito sensibile, non ti arriva niente.
Eravamo io, Keynes e Adam Smith a bere un frappé ai giardinetti e parlare di boxe dilettantistico, quando si avvicinò a noi uno zingarello che suonava il violino come fosse una fisarmonica. Adam, che si confermava una brava persona, volle offrirgli qualche centesimo e dimostrare al ragazzotto di esserseli probamente guadagnati. Quindi gli fece sottoscrivere una notula di prestazione occasionale con pagamento a 60 gg.
Eravamo compiaciuti dell’iniziativa del nostro amico, che col suo gesto aveva elevato lo spirito dell’intera compagnia. Purtroppo, però, l’aria di insoddisfazione del gitano, il suo sguardo deluso e l’abbandono della notula accartocciata ai bordi del marciapiede, rese amaro il nostro frappé e ci indusse a valutazioni che adesso voglio comunicare a chi chiede l’elemosina dietro prestazioni di lavoro parasubordinato.
Io, Keynes e Adam Smith conveniamo che la corresponsione economica simultanea alla prestazione lavorativa è a oggi applicabile alle sole categorie del kamikaze, della passeggiatrice e del cameriere, purché quest’ultimo abbia la fortuna di lavorare in nero.
Piccoli lavori per piccoli compensi che permettano di coprire piccole spese. Oppure provate voi a chiedere al panificatore di fiducia di poter acquistare due francesini di grano duro (del valore complessivo di 70 centesimi di euro) con un pagamento a 60 gg.
Cosa ci vuole perché le cose siano distese?
Distese come la neve.
So che non è molto. Ma so che starei meglio.
Non credo di meritarlo.
Amore,
trova la strada in me.
Tutte le stelle brillerebbero di più.
Tutti gli animi si mitigherebbero.
Vogliamo rimanere senza niente?
So che starei meglio.
***
È gravoso tradurre «selflessness» con “amore”. Ma ci sto. Inoltre, in accordo con l’autore della canzone, non vedevo resa migliore. Anche se forse l’autore avrebbe preferito “dio”. Ma proprio non posso usare questa parola. Per come la vedo io, il concetto di “dio” è ciò che impedisce alla cose di essere distese. Anche il concetto di “dio” è una cosa, e non troverà pace fino a che questo concetto esisterà.
Berlusconi fa rima con cenoni, non meno di quanto Marrazzo faccia rima con sollazzo.
Questo almeno ci raccontano coloro che edificano l’eterno bilanciamento fra destra e sinistra, fra NAR e brigate, fra doccia e foiba.
A sinistra sale imbarazzo (che fa rima ugualmente).
Come fare? Non possiamo censurare un valido amministratore regionale.
Ma come fare a fargli scudo proprio in questo momento? Proprio nell’apice dell’iperbole familiarista, buonista, in cui la misura sessuale contro il permissivismo diventa un valore della sinistra.
Imbar-sollazzo, in quanto valente amministratore, di certo non si dimette. Né può reggere la situazione con indifferenza. Non è Lapo.
Fosse almeno andato normalmente a puttane.
No. A trans.
Ora disconoscerlo significherebbe essere omofobi. Significherebbe reintegrare la Binetti. Non sarebbe Democratico, nell’accezione contemporanea, con la D maiuscola.
Io, piccolo cittadino, guardo il passato.
Il PCI ha fatto fuori Pasolini, la più grande speranza intellettuale del socialismo moderno, per quello stesso difettino.
Davanti a questo, penso con malizia di poter sopravvivere senza sollazzo, imbarazzo e quant’altro faccia rima con -azzo.
La giornata in agenzia si è risolta in fluttuazioni nel corridoio di tua competenza e in quelli non direttamenti connessi con il tuo lavoro. I distributori delle cose da mangiare sono sempre più o meno un’ora del tuo tempo lavorativo. Il dolce e il salato si alternano senza una logica precisa, o tu non hai mai pensato che potesse esserci una logica. Le persone sono quelle del giorno prima, anche se ogni tanto ti sembra che alcuni non siano mai stati lì. È così automatico pensare alla routine delle persone che immaginarle e vederle diverse è praticamente impossibile. È sorprendente quando vedi un volto nuovo: provi uno strano rimorso per non averlo visto prima! La correzione di un testo è come le persone. Sei sicuro di aver riletto bene il testo? Sei sicuro di aver conosciuto tutti quelli che lavorano in quel posto?
Passi nuovamente vicino al giardino corredato di fontana e acqua. Ti passa per la testa che potresti bere quell’acqua. Ma non ti ricordi se hai bevuto in ufficio. Anche bere in ufficio ti si cancella dalla memoria. Vorresti bere l’acqua della fontana, per avere un ricordo diverso dalla routine. Ma senti dentro di te che sarebbe ridicolo chinarsi verso il volume d’acqua. Potrebbero farlo i bambini ma non tu. Tu lavori in un’agenzia di prestigio. Chinarti per bere sarebbe inappropriato. Hai sete.
Ti tocchi le spalle, tutte e due, perché senti la mancanza di qualcosa. È la borsa a tracolla che porti con te, ma che non avevi neanche questa mattina prima di entrare in agenzia.
Hai sete. Una sete straordinaria.
Devi aver bevuto per forza in agenzia. Non è possibile che tu abbia dimenticato di bere. In agenzia non mancano certo posti dove poter dissetarsi. Arrivi alla conclusione che è veramente la routine che ti fa dimenticare le cose.
Il fatto che ti scappi da urinare è un segno: hai bevuto. Ma sorge un altro pensiero: ti sei dimenticato di andare in bagno prima di uscire dall’agenzia. La routine ti fa dimenticare di tutto.
Cosa farai prima? Farai pipì o berrai?
Prima devi tornare a casa, a meno che non ti chiami qualcuno che ti chiede di uscire stasera.
Nell’ordine. Entri in un bar. Ordini una birra, non semplicemente un bicchiere d’acqua, per dare un senso all’entrata nel bar. Vai in bagno. Quando torni al bancone bevi velocemente la tua birra. E dritto a casa, la mano in tasca a contatto con il cellulare nell’idea che vibri.