Parliamo di Il nipote del Negus, recente fatica di Andrea Camilleri.
Premesso che adoro Camilleri ed il suo stile, mai retorico né didascalico, ammetto di preferire le sue descrizioni del fascismo (in diversi romanzi storici come questo, o “Privo di titolo”, o “La pensione Eva”) ai suoi ritratti della mafia, provinciale e sdoganata in modo a volte troppo comodo.
In questo specifico lavoro Camilleri riesce, attraverso l’espediente epistolare, a descrivere in modo asciutto e disarmante l’elemento maggiormente connotativo del regime: non la repressione, in qualche modo già assodata, ma la stupidità.
Le contraddizioni di un costtrutto culturale di cartapesta, che conferiva all’Italia una pretestuosa eredità del’imperialismo romano, emergono attraverso l’adesione ingenua di una classe dirigente individualista ed ignorante.
Questa critica satirica del “regime” è sicuramente la più attuale, perché si estende oltre la contingenza di una dittatura, toccando tutte le possibili degenerazioni dei governi contemporanei, anche democratici o pseudo-tali.















